“Benvenuti tra i rifiuti
Non vi butteremo via”

Faust’O, Benvenuti tra i rifiuti

Cosa resta del lavoro di un designer quando il cliente dice “no”? Quale parte dell’identità professionale si costruisce — o si perde — nel momento in cui una proposta viene scartata? Con REJECTED! RESURRECTED!!, Studio Yukiko mette in mostra una riflessione lucida, ironica e profondamente politica sul ruolo della committenza, sulla materialità del processo creativo e sul peso delle immagini non scelte. Il mezzo è tanto semplice quanto carico di significato: un fax.

Ogni giorno, a intervalli più o meno regolari, la macchina sputa fuori una nuova porzione di passato. Scarti, proposte rifiutate, idee mai arrivate a destinazione. I muri della galleria diventano lentamente la mappa di un universo parallelo, quello che Yukiko avrebbe potuto essere. Una sorta di album dei desideri infranti, ma anche un gesto di rivalsa, di disobbedienza silenziosa. In mostra non c’è il meglio, non c’è il peggio: c’è tutto ciò che normalmente viene sepolto sotto strati di versioni finali, logiche commerciali e revisioni.

REJECTED! RESURRECTED!! porta alla luce una questione tanto ovvia quanto raramente discussa: chi definisce davvero l’identità di uno studio? È facile raccontare la committenza come un limite, ma è altrettanto vero che nessun designer esiste al di fuori del proprio archivio pubblico — e quell’archivio è fatto (anche) di scelte altrui. La domanda non è solo “cosa saremmo senza clienti?”, ma piuttosto: “siamo solo ciò che i clienti ci permettono di essere?”.

REJECTED RESURRECTED YUKIKO

Nelle mostre di Parco Gallery gli studi e i designer invitati sono liberi di esprimersi senza committenza. In questo senso, il progetto di Yukiko è una meta-riflessione: ecco cosa saremmo stati senza committenza. Mostrare cosa accade quando la committenza viene a mancare diventa così un modo per riflettere sul suo ruolo latente, non tanto come vincolo, ma come forza che orienta, che seleziona, che lascia delle tracce — anche quando le cancella.

Non è solo una questione di contenuti. Anche la forma è un messaggio. La scelta di usare un fax non è affatto un vezzo nostalgico. Al contrario, è una dichiarazione di metodo. Il fax è lento, frustrante, impreciso. Richiede tempo. A volte si inceppa, a volte stampa solo metà documento. Una macchina pigra, imperfetta, che sembra suggerire un ritorno a un tempo in cui anche la comunicazione aveva bisogno di sedimentare. In un presente iperconnesso, dove si pretende reattività istantanea e produzione continua, questo appare come un gesto quasi eversivo. Il fax è la tecnologia dell’attesa, del margine d’errore, dell’invisibilità resa manifesta.

C’è qualcosa di performativo, quasi teatrale, nell’atto stesso dell’invio. Il suono del telefono che squilla, la lentezza con cui i fogli escono, l’incertezza del risultato: è una cerimonia che mette in scena l’inefficienza come valore. Un gesto controintuitivo, che restituisce dignità al tempo perso, alla frustrazione, al margine di errore. È il contrario della friction resa feticcio nei discorsi sul design esperienziale: qui la frizione non è user-centered, è ontologica.

Il fax diventa così anche una sorta di macchina scenica, alla maniera dei dispositivi tecnici analizzati da Harun Farocki nei suoi film-saggio. È la macchina stessa a prendere parola, a dettare i tempi, a materializzare la fatica, l’attesa, lo scarto.

C’è anche un aspetto più sottile, legato alla fisicità del digitale. Ogni giorno produciamo quantità abnormi di immagini, file, bozze. Ma dove vanno a finire? Quanta parte del nostro lavoro vive solo come traccia temporanea su un server? REJECTED! RESURRECTED!! prende quel materiale effimero e gli restituisce corpo. Carta stampata, inchiostro termico, pile di fogli che invadono silenziosamente lo spazio espositivo. Ogni centimetro stampato è un frammento di tempo speso, di energia investita, di pensiero scartato. Il tutto in un’estetica da scrap yard, tra il culto dell’archivio e la discarica dell’invisibile.

E poi ci sono le bozze, le versioni intermedie. Quelle che non hanno ancora ceduto alla semplificazione, alla lucidatura, alla coerenza imposta da un’identità visiva. Quelle in cui si respira ancora il momento in cui tutto è possibile. C’è una bellezza fragile, lì dentro: una bellezza che il design tende a soffocare per sopravvivere sul mercato. Come scrive Alice Rawsthorn in Design as an Attitude, “l’estetica dell’incompleto può rivelare più sinceramente le intenzioni di un progetto rispetto alla sua versione finale”. In REJECTED! RESURRECTED!!, quella fragilità viene lasciata vivere, anche se in forma disordinata, sovrapposta, sgualcita.

E forse anche la committenza, in questa chiave, può essere riletta come una forma di co-autorialità latente. Non firma, ma indirizza. Non disegna, ma seleziona. Ogni lavoro rifiutato è anche il riflesso di uno sguardo esterno, di una logica editoriale implicita, di un set di priorità che agisce in trasparenza. Come suggeriva Vilém Flusser, “ogni progetto è una rete di decisioni condizionate dalle condizioni del contesto” (La filosofia del design, 1993).

Si potrebbe leggere tutto questo come un lamento. Ma è più un esercizio di liberazione. Come è emerso più volte nelle conversazioni con Michelle Phillips and Johannes Conrad – founder di Studio Yukiko – durante la preparazione della mostra, è anche un modo per prendere tutto un po’ meno sul serio. Per ricordarsi che spesso, nelle dieci proposte rifiutate, c’è già tutto quello che serve. Che non sempre la versione finale è la migliore. E che se sei un buon designer, probabilmente lo erano tutte.

REJECTED! RESURRECTED!! è un gesto punk nella sua semplicità. Un modo ironico e poetico per reclamare lo scarto. Una risata a bassa risoluzione che si stampa ogni giorno sulla carta termica di una macchina sorpassata. Un modo per ricordare che anche nel rifiuto c’è dignità, e forse, qualcosa di ancora più autentico.

Il design non è sempre progresso, ordine, chiarezza. A volte è rumore, entropia, dispersione. E che in quel disordine — come nei rotoli srotolati del fax — può nascondersi una forma diversa di memoria. O persino, di verità.

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