La classe professional-visionaria
Per il tardofuturista il futuro non è qualcosa che si costruisce, si attua o si previene, bensì qualcosa che si immagina. L’immaginazione del tardofuturista, però, non vuole essere quella dell’economista che anticipa la crescita del PIL nel primo trimestre, bensì quella del ragazzino che vive l’avventura della Storia infinita: la sua è immaginazione radicale. Secondo una delle innumerevoli definizioni, si tratta del “coraggio di immaginare un futuro completamente diverso dal mondo attuale”. Sognare a occhi aperti sì, ma rinvigorendo la vista con l’ambizione dell’impegno sociale. Il tardofuturista parte infatti dal presupposto che l’attività immaginativa sia attualmente depotenziata e abbia bisogno di un boost.
Per inquadrare meglio questo concetto conviene risalire a un saggio di dieci anni fa, intitolato appunto The Radical Imagination. Anticipando l’uso attuale del termine, gli autori Max Haiven e Alex Khasnabish sostengono che “[l]’immaginazione radicale è un termine usato da molti ed esplorato da pochi” poiché, come essi stessi ammettono, sfugge a qualsivoglia definizione. È insomma un “termine aspirazionale, in gran parte privo di qualsiasi contenuto o significato concreto”. Quindi, aggiungiamo noi, adatto ad accogliere le aspirazioni di chiunque, compresa una classe professional-visionaria. Se da un lato gli autori sembrano condividere la tesi per cui l’immaginazione sia oggi indebolita, dall’altro insistono che si tratta di un’attività strettamente se non necessariamente legata ai movimenti sociali, concludendo che “[s]enza l’immaginazione radicale, ciò che ci resta sono solo i sogni residuali dei potenti.” Ma allora viene da chiedersi: cosa succede quando questi stessi sogni residuali si presentano come radicali?
Il motivo per cui la parola ‘immaginazione’ ha trovato terreno fertile fra i tardofuturisti va ricercata, naturalmente, nel passato. Nel 2007 il giornalista Bruce Nussbaum scriveva:
Agli uomini e alle donne d’affari non piace il termine “design”. Credo che gli faccia pensare ai drappeggi o agli indumenti. Anche gli amministratori delegati che sposano la causa del design non vogliono chiamarlo così. Vogliono chiamarlo “innovazione”. È un termine che ha un’accezione virile. È forte, tecnico. Questi individui sono perfettamente disposti a usare la parola “visione”, qualunque cosa sia la “visione”. A loro piace “immaginazione”, qualunque cosa significhi. Ma non gli piace “design”. Valli a capire.
Sufficientemente generica da intrigare tanto l’angel investor a caccia di unicorni quanto il burocrate che elargisce fondi, abbastanza poetica da ammorbidire i cuori durante un discorso pubblico, chi potrebbe essere contro l’immaginazione, specialmente se ammantata dell’impegno politico di “attivisti coraggiosi, artisti visionari e organizzatori agguerriti” (e poco importa che agguerriti, visionari e coraggiosi lo siano davvero)? Esiste quindi da un lato l’immaginazione sempliciotta e conservatrice di Star Wars e dei suoi fan, e dall’altro l’immaginazione eroica e progressista di un gruppo di impavidi esperti che non riscuoterebbero lo stesso risultato chiamando il loro lavoro semplicemente design o magari facilitazione.
Così, quella che per Haiven e Khasnabish è un’attività di mediazione umile, complessa e faticosa, diventa per una design-star “letteralmente, l’immaginazione spinta al massimo”. Nel frattempo, qualcun’altro sostiene che “anche quando non abbiamo tutte le risposte, crediamo fermamente che il futuro sia straordinario e continuiamo a manifestare questa visione irresistibile”. Parole, queste, che non stonerebbero in qualche reel sulla Legge dell’attrazione: l’immaginazione radicale si rivela così analoga all’ottimismo da auto-aiuto, a quella che anche i meno scettici chiamano oggi “positività tossica”, la stessa positività che obnubila la chiara percezione della fine del futuro. Detto altrimenti, se l’enfasi sul potere di immaginare altro può avere un senso in contesti di attivismo quotidiano, dove il peso della realtà può essere schiacciante, lo ha meno nel contesto del design, del management e del consulting dove bisognerebbe dare per scontato che l’immaginazione può produrre il cambiamento. Così, questa diventa un’enorme pacca sulle spalle che il tardofuturista si dà da sé, infondendo fiducia nei suoi sogni residuali professionalizzati. Dal canto suo, il designer, che dovrebbe lavorare di compromesso ai margini del reale, diventa improvvisamente coraggioso nel momento in cui li ignora, saltando nel sogno. Nel corso di un decennio, l’immaginazione radicale è passata dunque dall’essere uno strumento a servizio dei movimenti per la giustizia sociale a una risorsa per la classe professional-visionaria di cui i tardofuturisti fanno parte. Dallo spazio autogestito alla conference room: una vera e propria ‘cattura delle élite’, come si suol dire.
Max Haiven, che non è un designer bensì un politologo, mostra in un suo recente progetto (sviluppato assieme a Xenia Benivolski, Sarah Olutola e Graeme Webb) come l’immaginazione radicale possa sfuggire alle soffici zampette dei tardofuturisti. The World after Amazon è una raccolta di storie speculative scritte da alcuni lavoratori del colosso americano del retail. In questo volume, i curatori non si sono posti come professionisti della visione (non a caso il workshop originale si intitolava “Worker as Futurist”), bensì come facilitatori al servizio dell’immaginazione già presente nel punto di vista dei lavoratori – seppur cadendo, talvolta, in qualche accademismo e romantizzazione. The World after Amazon è dunque un’opera organizzativa più che autoriale, che ha coinvolto incontri, laboratori di scrittura e più in generale una solidarietà concreta.
La fine del mondo
A proposito di immaginazione militante, il refrain di Jameson, popolarizzato successivamente da Mark Fisher, secondo cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” starebbe a significare che il capitalismo è così ponderoso, ubiquo e asfittico da non lasciare alcuna via d’uscita né pratica né poetica. Ancora Fisher: “Il capitalismo occupa ininterrottamente gli orizzonti dell’immaginabile.” Qui, però, vorrei azzardare un’interpretazione alternativa: la fine del mondo è facile da immaginare poiché si tratta del futuro come modo del presente, ovvero di ciò che è più o meno linearmente estrapolabile dal presente non-straniato. La fine del capitalismo, difficile o forse impossibile da immaginare, è invece il nuovo, l’altro, ciò che forse è addirittura già qui ma non è ancora emerso come figura riconoscibile. E non è detto che sia una bella figura: McKenzie Wark, ad esempio, si chiede se ad attenderci non sia qualcosa di peggio.
La “fine del mondo” è un esercizio tutto sommato semplice poiché non scardina il presente: è riconducibile a tutte le utopie e distopie che abbiamo visto prima al cinema e poi su Netflix. Il futuro è insomma inflazionato. La fabbrica del nuovo ci è invece quasi del tutto sconosciuta. Ma se è così, che ce ne facciamo dell’immaginazione? L’immaginazione non ci serve tanto a intravedere il futuro, possibile o meno, quanto a straniare il presente. Non dobbiamo immaginare, ma vedere oltre, come in un’autostereogramma dove per inquadrare la sagoma dello squalo tocca storcere gli occhi. Più che di immaginazione abbiamo quindi bisogno di lungimiranza: dobbiamo oltrepassare con lo sguardo il velo del presente nel presente. Per fare questo ci serve un luogo dove esercitare questa visione, il passato, che però dobbiamo strutturare affinché ci dia il giusto slancio nel nostro tempo: dobbiamo reinventarlo. In fondo è questo che tenta di fare la fantascienza in ogni caso, anche quando parla del 4272 DC. Lo si nota bene in quelle storie che, pur coinvolgendo alieni e macchine volanti, ci paiono così smaccatamente anni ’50. Nelle parole di Ballard:
La coscienza non è altro che un passaggio tra un ordine morente, il passato, e un ordine imminente, il futuro, in un mondo in cui anche le persone che ci sono più prossime ci sono estranee per molti aspetti – anche gli esseri che amiamo ci sono stranieri.
L’odio
Un caso di estraneità al presente che mi sta molto a cuore è quello di William Morris, tra i principali esponenti del movimento Arts and Crafts. Assieme al suo mentore John Ruskin e al gruppo dei Preraffaelliti, Morris ha gettato uno sguardo straniante sul suo tempo, osservando la Londra brutta, sporca e disumana di Dickens, suo contemporaneo, come se fosse un uomo catapultato, per chissà quale maledizione, dal Medioevo all’Età vittoriana. “Oltre al desiderio di produrre cose belle, la passione dominante della mia vita è stata ed è ancora l’odio per la civiltà moderna”, rifletteva Morris nel 1894. Egli era insomma un romantico, infatti acquisì notorietà innanzitutto grazie a interminabili poemi epici che oggi in pochi ricordano; affermandosi soltanto dopo come l’artigiano proto-designer che tutti conoscono.
Fin qui si potrebbe pensare a una tipica storia di escapismo, di un nerd di fine ottocento che si rifugia in un mondo fantasy fatto di camagli e spadoni. E infatti, accorgendosi di ciò egli stesso, ovvero dell’impotenza melanconica della sua opera, Morris cade in depressione. A che serve tutta la cura contenuta in un mobile o in un tessuto, se la classe abbiente che se li può permettere continua ad appestare il mondo con la sua ignoranza e ipocrisia, diffondendo ovunque, tranne che nei suoi ambienti – e a volte anche lì –, squallore e brutalità? Morris trova la risposta a questo dilemma nel Socialismo, una corrente politica all’epoca minoritaria e marginale, che nel Regno Unito contava pochissimi adepti (il Capitale di Marx non era stato ancora tradotto in inglese). Il proto-designer britannico intravede nel Socialismo il nuovo, la figura altra. Ma è proprio grazie al suo sguardo estraneo, profondamente ancorato in un Medioevo inventato, che Morris trova l’appoggio per gettarsi verso l’avvenire. La menzogna del passato gli consente di mettere a fuoco il nuovo che emerge.
Morire bene
“Hai un grande futuro alle spalle.” Con questo strano ammonimento si apre Cultura profetica, saggio in cui Federico Campagna (che coglie in pieno il punto quando definisce la predizione “una sorta di interior design del futuro”) trova nella menzogna mitica la via d’uscita da una modernità idiota e ormai moribonda; una via d’uscita – spiace dirlo – da noi stessi. Il passato siamo noi, e quindi non ci spetta il compito di immaginare il futuro, bensì quello di offrire l’ultima testimonianza del nostro tempo, che però non deve essere necessariamente letterale o veritiera; non deve essere per forza la cronaca di un fallimento, bensì – se vuole sopravvivere – deve essere meravigliosa e sbalorditiva, come il Medioevo di William Morris. Scrive Campagna:
Qualunque cosa sia riuscita a produrre e per quanto perfetta possa essere la sua eredità culturale, l’unica possibilità che [una civiltà] ha di trasmettere la propria storia a un orecchio futuro è di essere male interpretata, fraintesa, fatta a pezzi, saccheggiata e ricomposta. Pure così, qualcosa, comunque, rimane fedele alla voce originale del suo mondo e del suo tempo-segmento – un’eco genetica che ancora risuona nei suoi lontani discendenti.
Non vi può essere oggi un uso fertile dell’immaginazione che non tenga conto della triste premessa che il futuro è morto. Ciò vuol dire che con esso sono morte le nostre speranze e quindi in un certo senso noi stessi; che il nuovo non ci apparterrà, che noi saremo alieni ad esso. Anzi, già lo siamo, perché il nuovo già ribolle sottoterra, e quando il magma ci sommergerà sarà troppo tardi. Dunque il massimo che possiamo chiedere è, come spiega Campagna, un’altra occasione, sperando che qualcuno la colga, ma non attraverso la vuota promessa di un futuro migliore, bensì con “l’offerta concreta di un passato migliore.” Solo chi sarà lì a ricevere questa offerta saprà dire se siamo almeno riusciti a morire bene.
Il futuro cementifica / La vita possibile / Qui la vista era incredibile / Da oggi è probabile / Che ciò che siamo stati non saremo più – Baustelle
“What Is Radical Imagination?” Everyday Activism Network, https://www.everydayactivismnetwork.org/archive/radical-imagination.
Haiven and Khasnabish 2014
Max Haiven and Alex Khasnabish, The Radical Imagination. Halifax: Fernwood.
Nussbaum 2007
Bruce Nussbaum, “Are Designers The Enemy Of Design?”. BusinessWeek Online, https://web.archive.org/web/20070322165349/http://www.businessweek.com/innovate/
NussbaumOnDesign/archives/2007/03/are_designers_t.html.
Táíwò 2022
Olúfẹ́mi O. Táíwò, Elite Capture. Chicago: Haymarket Books.
Benivolski, Haiven, Olutola, Webb 2024
Xenia Benivolski, Max Haiven, Sarah Olutola, Graeme Webb (eds), The World After Amazon: Speculative Stories from Amazon Workers. Thunder Bay: RiVAL: The ReImagining Value Action Lab.
Fisher 2009
Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative? London: Zero Books.
Wark 2021
McKenzie Wark, Capital Is Dead: Is This Something Worse? London: Verso.
Ballard 1995
J.G. Ballard, Il futuro è morto: Psicogeografia della modernità. Milano: Mimesis.
Thompson 1977
E.P. Thompson, William Morris: Romantic to Revolutionary. New York: Pantheon Books.
Campagna 2021
Federico Campagna, Prophetic Culture. London: Bloomsbury.