Di coni e matasse
Uno degli strumenti concettuali più diffusi tra i futurologi, e perciò anche tra i tardofuturisti, è il Futures Cone di Joseph Voros del 2003. Tuttavia, come spiega lo stesso Voros, l’idea di rappresentare l’avvenire sotto forma di coni di vario diametro sulla base della maggiore o minore probabilità risale quantomeno al 1994. Di questo diagramma esistono innumerevoli varianti (ci sono addirittura workshop dedicati alla produzione di nuove versioni), ma tutte si inseriscono nella stessa logica probabilistica. Il tempo è qui rappresentato come un fascio di possibilità, che va dal probabile all’assurdo (preposterous). Generalmente questo spettro racchiude anche il sistema di valori proprio del designer, ciò che egli considera preferibile. Tuttavia, dato che non è facile produrre consenso su ciò che si auspica, non sono del tutto chiari il centro e l’ampiezza di questa area di possibilità. Un rivoluzionario, ad esempio, sa bene che ciò che per lui è auspicabile si colloca molto più vicino alla zona del preposterous (se non addirittura oltre) che a quella del probabile.
Ma non dobbiamo cedere alla tentazione di migliorare il diagramma aggiungendo ulteriori suddivisioni, modifiche o sfumature ad infinitum. Al contrario, dobbiamo interrogarci sulla legittimità della figura conica quale mezzo per inquadrare il futuro nel senso tradizionale, ovvero come ciò che potrebbe avvenire o che avverrà. Il problema fondamentale di questo strumento è che suggerisce uno sviluppo lineare della Storia (categoria peraltro inesistente nel vocabolario dei tardofuturisti), come fosse un tappeto che si srotola. Difatti la proiezione del cono si sviluppa necessariamente da un singolo punto, a partire dal quale ciò che viene dopo, a dispetto della maggiore o minore probabilità, è pur sempre predeterminato. In tal senso, il cono di Voros è analogo alle città ideali come quella dipinta da Piero della Francesca, che non a caso è massimamente statica: i vari edifici sono imbrigliati nella medesima griglia prodotta dalla prospettiva centrale. Questa concettualizzazione deterministica impedisce al nuovo di essere riconosciuto e dunque di emergere, perché nel differente non c’è reale alterità, come in una linea, retta o curva che sia, fatta di punti differenti ma pur sempre simili tra loro, in quanto prodotti da una formula prestabilita.
Il tardofuturista è egli stesso statico, saldo in una posizione di osservazione, e contempla lo svolgersi della eventi come si guarda attraverso un cannocchiale. Sa (a volte senza saperlo) che il dopo, in un modo o nell’altro, risponderà alla logica del prima. Non solo: essendo il tardofuturista fuori dallo sviluppo storico, non può immaginare la sua stessa fine. In altre parole, può l’addetto al foresight di una qualche compagnia immaginare uno scenario in cui detta compagnia fallisca, e magari sostenere addirittura che si tratti di uno scenario preferibile? Da questo punto di vista fa di più e meglio del tardofuturismo l’ormai nota vignetta del New Yorker di Tom Toro: un paesaggio post-apocalittico è illuminato da un fuocherello di fortuna davanti al quale un broker spiega ai presenti che: “Sì, il pianeta è stato distrutto. Ma per un breve, bellissimo momento abbiamo creato parecchio valore per gli azionisti.” Con mezzi frugali la vignetta sorpassa in immaginazione ed efficacia gran parte degli scenari in alta risoluzione prodotti dai professionisti dell’anticipazione, che grazie a Midjourney e simili possono finalmente generare in un batter di ciglia tera su tera di immagini pseudo-hollywoodiane utili a illustrare sentimentalismi vari sulla necessità di “immaginare altrimenti”.
Una volta cestinato il cono di Voros (se non per utilizzi molto basilari o pedagogici) in quanto strumento surrettiziamente deterministico che, attraverso il differente, limita l’emergere dell’altro, ci spetta il compito di proporre un modello, o perlomeno un’immagine, che ci permetta di inquadrare la dinamica del nuovo, ovvero del cambiamento radicale. Da dove partire? Già diverso tempo fa, Ballard registrava l’impressione secondo cui “il cambiamento abbia rallentato il ritmo, oppure, forse, che sia passato in clandestinità.” È proprio l’ipotesi della clandestinità che dobbiamo prendere in considerazione, estremizzandola.
Il filosofo ed economista Cornelius Castoriadis ha dedicato al problema del cambiamento radicale il suo chef-d’œuvre intitolato L’istituzione immaginaria della società (da cui ho ripreso la distinzione tra differenza e alterità). Castoriadis definisce un po’ enigmaticamente il nuovo come l’emergere di figure. Devo ammettere che ho faticato parecchio a costruire un’immagine mentale di questa idea fino a quando non mi sono imbattuto, attraverso l’opera di Donna Haraway, in un’analogia perfetta: il gioco della matassa. Esso consiste nell’intreccio di fili tirati da due o più mani, in cui ogni dito tira un filo differente in una costante trasformazione della rete prodotta. All’inizio ciò che vediamo è solo il combinarsi di una trama indistinta, ma tutt’a un tratto accade qualcosa di inaspettato: la rete informe acquista le sembianze di un animale, una pianta, una stella. È emersa una figura.
Nel gioco della matassa non c’è sviluppo lineare, o meglio c’è, ma solo se ci si impunta su una visione atomizzata della storia quale brulicante domino di micro-eventi in successione, perdendo così, però, il significato profondo dell’analogia. Il nuovo è prodotto dall’interazione tra diversi attori che, pur essendo in relazione tra loro, agiscono in maniera più o meno autonoma senza sapere fino in fondo quale forma stanno contribuendo a creare. Una volta riconosciuta tale forma, si può decidere di stabilizzarla. A quel punto si “istituisce” il nuovo che, proprio in quel momento, cessa di esserlo. Non c’è estrapolazione qui, se non quella dei singoli attori che agiscono entro il loro individuale cono di possibilità. In tale contesto la preferibilità perde valore, in quanto attributo del singolo attore. Al contrario, c’è molta più preposterousness del previsto, perché il nuovo, così inteso, è sempre strano, se non assurdo.
Secondo Bifo, il passaggio dal possibile al reale consiste nell’“[e]strarre e realizzare una delle molte futurabilità immanenti.” Questa idea si rivela ancora troppo determinista, perché se le futurabilità fossero “inscritte nella istituzione presente del mondo”, allora sarebbero già deducibili, estrapolabili e dunque rappresenterebbero un mero sviluppo del presente, ovvero niente di nuovo. Bifo questo lo sa, infatti afferma che “la relazione tra adesso e domani, tra stato presente e stato futuro delle cose, non è necessaria né è necessitata. Il presente non contiene il futuro come se fosse un suo sviluppo lineare.” Tuttavia, noi diciamo un’altra cosa: il nuovo non è nemmeno non-lineare o complesso: è altro. Può essere riportato alla dimensione più o meno complessa del rapporto causa-effetto solo a posteriori, perché come spiega Emmanuel Carrère, “in storia non esistono leggi che possano spiegare le rivoluzioni come si spiega l’ebollizione dell’acqua portata a una certa temperatura.” Se pure il nuovo esistesse da qualche parte, quel luogo ci è inaccessibile. E qui ci riconciliamo con Bifo, fermamente convinto che “nella vita come nella storia l’inevitabile in generale non si verifica, perché quello che accade è l’imprevedibile.”
Voros 2017
Joseph Voros, “The Futures Cone, Use and History”, The Voroscope, https://thevoroscope.com/2017/02/24/the-futures-cone-use-and-history/.
Horvath 2023
Peter Horvath, “A Futures Cone Workshop Template” Medium, https://medium.com/@petertamashorvath/a-futures-cone-workshop-template-9f690bc760f9.
Castoriadis 1987
Cornelius Castoriadis, The Imaginary Institution of Society. Boston: MIT Press.
Haraway 2016
Donna Haraway, Staying with the Trouble. Durham: Duke Press.
Carrère 2024
Emmanuel Carrère, Ucronia. Milano: Adelphi.
Berardi 2019
Franco ‘Bifo’ Berardi, Futurability: The Age of Impotence and the Horizon of Possibility. London: Verso.
Berardi 2024
Franco ‘Bifo’ Berardi, “The Unpredictable”. Il Disertore, https://francoberardi.substack.com/p/limprevisto-the-unpredictable. London: Verso.