Il futuro desertifica / La vita ipotetica / Qui la vista era magnifica / Da oggi significa / Che ciò che siamo stati non saremo più – Baustelle
Design Hustler
Da un po’ di tempo a questa parte sono ricaduto, mio malgrado, nel tunnel di LinkedIn, e non so nemmeno bene perché. La prima volta che mi ci ero avventurato, diversi anni fa, una ragione c’era: capire le dinamiche della piattaforma in relazione al comportamento dei suoi utenti. L’indagine era poi confluita in un capitolo del mio libro Entreprecariat, nel quale sostenevo che LinkedIn fosse il social network par excellence in quanto incarnava nella maniera più schietta e spietata la logica competitiva presente, benché occultata, in tutte le altre reti sociali. All’epoca, però, credevo che i designer non prendessero troppo sul serio “il social dei tuoi genitori” e preferissero altri canali per trovare lavoro e condividere idee.
Mi sbagliavo. Esiste una tipologia di designer con un piede nel mondo della user experience e del service design, e l’altro nell’accademia (tra systems thinking e design speculativo) attivissima sulla piattaforma tramite post della lunghezza e del tenore delle citazioni motivazionali di Instagram. Gente che ha lavorato per Google o IDEO, o che ha lanciato qualche costosissima summer school dedicata al more-than-human design e che ora propone dei rimasticamenti scialbi di idee già logore, idee la cui vitalità è stata risucchiata da innumerevoli manifesti artistico-accademici. Una tra le tante: la friction come qualità positiva delle interazioni, come momento mindful di consapevolezza – salvo poi però abbandonarsi a una collera inenarrata quando Gmail non carica per mezzo minuto di orologio. Così si passa dalla potente performance di Luna Maurer Emoticons Don’t Have Wrinkles, efficace in quanto incarna letteralmente l’idea di friction (durante l’intera esecuzione vediamo un tremendo ingigantimento del volto dell’artista dipinto di giallo), a qualche motto banale reso attraverso un pigro template di Canva.
Ma il concetto chiave che sembra unire questo popolo di design hustler – hustler perché la loro attività di self-branding, oltremodo evidente, conferma la tesi precedentemente esposta sull’importanza di LinkedIn – è quello di futuro, anzi futuri, rigorosamente al plurale e rigorosamente preferibili. A corollario di questa nozione c’è la categoria dell’immaginazione, spesso dotata dell’attributo radicale: facoltà da sguinzagliare contro questo benedetto avvenire. Molti design hustler si definiscono infatti futuristi o futurologi, ma io preferisco chiamarli tardofuturisti. Per chiarirne il motivo dovrò dilungarmi parecchio, e perciò chiedo scusa già da ora.
Requiem for a Dream
Innanzitutto una confessione: faccio fatica a prendere sul serio l’intera impalcatura concettuale che sostiene i futuri preferibili e l’immaginazione radicale. Certo, così come vi sono, all’interno di questo sistema di idee, varianti ingenue e semplicistiche, ve ne sono altre più sottili ed elaborate; ma il mio scetticismo investe il suo presupposto fondamentale: la convinzione che il futuro, sia esso concepito come singolare o molteplice, si collochi più avanti sulla linea del tempo; che sia ciò che, in maniera più o meno prevedibile, più o meno sorprendente, più o meno controllata, deve ancora accadere. Purtroppo il futuro non è questo, o meglio non lo è più. Dal mio punto di vista – e non solo dal mio, come mostrerò a breve – oggi il futuro non è altro che un modo di esistenza del presente, uno stile; si tratta, più prosaicamente, di un’idea senescente che si trascina fino a noi.
Non è stato sempre così: negli anni ’50 del novecento il futuro possedeva una concretezza spaziale che stava a garanzia di quella temporale. Era a portata di sguardo: bastava alzare gli occhi al cielo e osservare la Luna. Quel satellite naturale era l’avvenire, e la nostra distanza da esso, misurabile in chilometri, rappresentava anche una distanza temporale. Una volta messo piede sulla Luna, però, il futuro come “mondo a venire” viene a mancare. A dirla tutta, stava già barcollando. Secondo J. G. Ballard, “[l]a fantascienza è sempre partita dal principio che l’ambiente è dinamico, che vi si producevano dei mutamenti, fino al periodo recente. Ora, l’idea del futuro è quasi morta. Nessuno progetta il 1995 nel modo in cui la gente progettava l’avvenire durante gli anni Trenta. Il passato come il futuro sono stati annessi al presente.” Ballard colloca il punto di rottura alla fine della seconda guerra mondiale: “Probabilmente la prima vittima di Hiroshima e Nagasaki fu il concetto di futuro. Penso che il futuro morì in qualche momento negli anni ’50. Forse con l’esplosione della bomba all’idrogeno.” Il punto, tuttavia, non sta tanto nell’identificare la data precisa del decesso, quanto nel decidersi una buona volta a celebrarne i funerali.
Ballard è stato forse il primo a vestirsi a lutto ma certamente non l’unico. Nel 2013 Franco ‘Bifo’ Berardi ha descritto la “lenta cancellazione del futuro”, concetto poi ripreso da Mark Fisher per raccontare la corrosione dell’infrastruttura artistica nel Regno Unito post-Thatcheriano. Nel 2015 David Graeber ha dato voce alla profonda seppur inarticolata delusione della sua generazione rispetto al mancato avverarsi del sogno delle macchine volanti, simbolo di un futuro radioso (futuro che, secondo l’autore, non si è realizzato poiché, da un certo momento in poi, si è investito più nelle tecnologie di disciplinamento che in quelle di visione). Nel suo Nuova Era Oscura (2018), James Bridle ha parlato di fine del futuro in senso ancora più stretto, ovvero come erosione della memoria e della capacità di pensare della specie umana. Nello stesso anno, Peter Lamborn Wilson (meglio conosciuto come Hakim Bey) sosteneva che: “abbiamo finalmente raggiunto il Futuro e […] la verità davvero orribile della Fine del Mondo è che non finisce. In pratica abitiamo un grande centro commerciale alla J. G. Ballard/Philip K. Dick da qui all’eternità. Questo È il futuro: ti sta piacendo? La vita tra le Rovine: non è poi così male per i borghesi, fedeli servitori dell’Un Percento. Rovine dotate di aria condizionata!” E per concludere questa funerea rassegna, nel 2020 McKenzie Wark ha scritto una lettera rivolta al futuro, inteso però come vero e proprio destinatario:
Caro Futuro, non credo più in te. Nessuno ci crede, ma nessuno lo ammette. Sei stato l’ultimo degli dei a morire. O forse: sarai l’ultimo Dio a morire. È difficile azzeccare il tempo verbale. Sei mai esistito o hai cessato di esistere? Ti abbiamo ucciso o sei morto? […] Nessun sacrificio ti farà nascere. Non è così che finisce la storia. Non ci riconcilieremo. L’assoluto non arriva mai. Fotteremo e rideremo e vivremo le nostre piccole vite come meglio potremo.
Ma se il futuro non è più ciò che, come il temibile Baffone, “ha da venire”, bensì un modo del presente, ciò non vuol dire che il pendolo della Storia si sia fermato. È quindi utile fare una distinzione tra il futuro come vecchia idea che aleggia nel presente, e il nuovo, quel magma ribollente che preme sull’oggi, plasmandolo, fino a che non ne ridisegna i tratti, rendendolo irriconoscibile. Il nuovo è dunque ciò che produce una nuova figura, ma per farlo deve sfigurare il presente. Se il futuro è differente, il nuovo è altro. Mentre il futuro parla, il nuovo agisce. Per comprendere meglio questa distinzione, è necessario esaminare come i futures studies concettualizzano il futuro e metterlo a confronto con alcune interpretazioni del concetto di nuovo.
Lorusso 2019.
Silvio Lorusso. 2019. Entreprecariat: Everyone is an Entrepreneur, Nobody Is Safe. Eindhoven: Onomatopee.
Ballard 1995.
J. G. Ballard. 1995. Il futuro è morto: Psicogeografia della modernità. Milano: Mimesis.
Berardi 2011.
Franco ‘Bifo’ Berardi. 2011. After the Future. Edinburgh: AK Press.
Fisher 2014.
Mark Fisher. May 21, 2014. “The Slow Cancellation of the Future”. Talk at MaMa, Zagreb, https://www.youtube.com/watch?v=aCgkLICTskQ.
Graeber 2016.
David Graeber. 2016. The Utopia of Rules: On Technology, Stupidity, And the Secret Joys of Bureaucracy. Brooklyn: Melville House.
Bridle 2018.
James Bridle. 2018. New Dark Age: Technology, Knowledge, and the End of the Future. London: Verso.
Bridle 2018.
Lamborn Wilson. 2014. “The New Nihilism”. The Anarchist Library, https://theanarchistlibrary.org/library/peter-lamborn-wilson-the-new-nihilism.
Wark 2020.
McKenzie Wark. 2020. “Letter to the Future”. Ssense. https://www.ssense.com/en-us/editorial/culture/letters-to-the-future.