Oltre gli stereotipi eurocentrici: espandere gli orizzonti e il canone
Non è stato l’inizio, ma può essere utile considerarlo un momento di svolta: all’inizio del 21mo secolo non era più possibile per il mondo del design ignorare le complessità che sono parte integrante della disciplina. Quando si tratta della questione delle donne nel design, la sfida iniziale potrebbe essere quella di creare strutture che permettano di dare loro visibilità, senza ripetere gli stereotipi eurocentrici, e senza trascurare prospettive e geografie diverse. Questa questione ha avviato anche la riflessione finale che si è svolta nell’ambito del convegno A Woman’s Work, organizzato nel 2019 da Foreign Legion. Nella discussione si è parlato delle strategie necessarie per modificare e rendere visibili i nostri pregiudizi, e per cambiare le prospettive.
Una delle relatrici, la studiosa e docente Sarah Owens, ha evidenziato come “l’idea di rendere visibile l’invisibilità – forse è proprio questa la base di tutto. Permette veramente di avviare una conversazione – a qualunque scala.” Ha continuato poi parlando dell’importanza di creare spazi in cui questa discussione possa avere luogo. “Se si crea uno spazio che viene percepito come sicuro”, ha detto Owens, “si può parlare liberamente”.<sup>1.</sup> Per più informazioni vedi Krzykowski, Lucek, Sacchetti, A Woman’s Work Report, 2019, https://www.foreign-legion.global/uploads/A-Womans-Work-Report-by-Foreign-Legion-EN.pdf
Secondo la studiosa e docente Danah Abdulla, anche lei intervenuta nella stessa sessione, l’elemento del dubbio è sempre presente nel lavoro delle donne. “Se sei una donna, ti metti sempre in dubbio”, ha sottolineato, “e se sei una donna non bianca – non che io sia particolarmente rappresentativa del sud del mondo, essendo cresciuta in Canada – ti trovi a chiederti continuamente: sono abbastanza brava o solo qui per portare un po’ di varietà alla conferenza?”. Sarah Owens ha aggiunto che “a volte, se sono la quota – la quota donna o la quota donna Nera – lo accetto e mi dico, ok, almeno sono qui, posso parlare delle straordinarie donne Nere che conosco.”<sup>2.</sup> A Woman’s Work Report, 2019. La sensazione di essere una minoranza non è un’illusione, ma una conseguenza concreta di ciò che un’altra studiosa, Elizabeth (Dori) Tunstall, descrive come l’esclusione e l’oppressione che il design causa nei confronti delle “stesse persone le cui vite e i cui territori [il design] ha trasformato”.3. Vedi Elizabeth (Dori) Tunstall, Decolonizing Design: A Cultural Justice Guidebook, MIT Press, 2023 Il suo recente libro Decolonizing Design: A Cultural Justice Guidebook offre un quadro di riferimento per una trasformazione istituzionale della teoria e della pratica del design proprio per risarcire le comunità che la disciplina ha escluso da sempre – quelle che negli Stati Uniti sono definite come BIPOC, Black, Indigenous and people of color (Nere, Indigene e di colore). Per Tunstall, il design modernista ha lavorato al servizio del progetto colonialista, e riportare al centro della disciplina le culture indigene del mondo offre una possibilità di trasformarla a vantaggio di tutti.
Per arrivare a questo obiettivo non basta una pratica individuale ma è necessaria una trasformazione istituzionale su vasta scala. L’appello per decolonizzare il design è intersezionale, questioni di classe, genere e razza vi sono intrecciate e connesse intrinsecamente. Come ci ricorda la ricercatrice e designer Sasha Costanza-Chock, “I principi e le pratiche universaliste del design, così come le valutazioni monodimensionali della correttezza del design, cancellano alcuni gruppi di persone: in particolare, quelle che sono svantaggiate in modo intersezionale (o gravate da molteplici pesi) dall’eteropatriarcato suprematista bianco, dal capitalismo e dal colonialismo d’insediamento. Se ə designer prendono in considerazione le ineguaglianze presenti nel design (e la maggior parte deə designer professionistə non le considera affatto), utilizzano quasi sempre un quadro di riferimento monodimensionale. Perciò molti dei processi progettuali di oggi sono strutturati in modo da rendere impossibile vedere, tenere in considerazione o provare a rimediare la distribuzione iniqua dei vantaggi e degli oneri che essi stessi riproducono”. <sup>4.</sup> Sasha Costanza-Chock, “Design Justice: Towards an Intersectional Feminist Framework for Design Theory and Practice”, in Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives, Valiz, 2021, p. 337.
Anche il Decolonising Design Group, di cui fanno parte lə studiosə e accademicə Ahmed Ansari, Danah Abdulla, Ece Canli, Mahmoud Keshavarz, Matthew Kiem, Pedro Oliveira, Luiza Prado e Tristan Schultz, ha lanciato già nel 2017 un appello per una nuova interpretazione del design. Nella loro dichiarazione originale, propongono di utilizzare una “lente più nitida” per mettere a fuoco “i modi di pensare e di essere non occidentali, e il modo in cui le questioni di classe, genere, razza, ecc. vengono progettate oggi.” Allo stesso tempo, chiedono una trasformazione istituzionale: “Siamo consapevoli del fatto che mettere in evidenza queste questioni attraverso pratiche ed atti di design, e il (re)design delle istituzioni, delle pratiche e degli studi di design (tentativi che avvengono sempre nel contesto di interessi politici controversi) sia una sfida centrale nel processo di decolonizzazione.”<sup>5.</sup> Decolonising Design Group, Editorial Statement, 15 Novembre 2017 https://www.decolonisingdesign.com/editorial-statement/
Il punto cruciale di questo tipo di trasformazione ci riporta all’inizio – agli spazi di apprendimento e istruzione. E se anche dei singoli corsi possono riuscire a far cambiare idea allə studentə a proposito della diversità e portare a una comprensione dell’intersezionalità e della decolonialità, è necessaria una trasformazione più ampia e più profonda perché il cambiamento diventi permanente e percepibile. Alcune iniziative contemporanee nascono da posizioni di attivismo ed auto-organizzazione, ed organizzano programmi paralleli e corsi di studio che non sono integrati in nessun programma ufficiale. È il caso di Office Hours, un progetto fondato a New York nel 2020 che facilita la condivisione di conoscenza tra artistə, designer, narratorə e lavoratorə culturali che si identificano come BIPOC. Dalla fondazione dell’iniziativa, migliaia di persone da ogni parte del mondo hanno partecipato a più di quaranta eventi che avevano l’obiettivo di riconfigurare le pratiche culturali condivise e i metodi per la liberazione collettiva.
Analogamente, il programma indipendente di studio BIPOC Design History è una piattaforma formativa che offre lezioni di storia del design per ampliare il canone del design. Dalla sua fondazione nel 2021, il programma ha già offerto diverse serie di lezioni: Black Design in America: African Americans and the African Diaspora in Graphic Design 19th Century – 21st Century; Incomplete Latinx Stories of Diseño Gráfico Borderlands/ La Frontera*; e Design Histories in Southwest Asia & North Africa: Voices from the SWANA Diaspora. Le lezioni sono tenute da designer e storicə del design riconosciuti, e chiunque sia interessato a seguirle e a imparare può abbonarsi. Inoltre, tutte le risorse citate durante le lezioni sono rese disponibili per la consultazione online. <sup>6.</sup> Vedi l’archivio di “Collective Knowledge” a https://bipocdesignhistory.com/resources/Il progetto nasce da un’idea di Polymode Studio, uno studio di graphic design fondato da persone queer e appartenenti a minoranze che ha sede a New York e Los Angeles.
È interessante notare come in molti di questi tentativi di trasformare la formazione nel campo del design ə graphic designer hanno un ruolo centrale. Un altro nome da aggiungere a quelli citati finora è Ramon Tejada, un designer dominicano-americano e docente alla Rhode Island School of Design. Nella scuola, la sua pratica ibrida tra design e insegnamento porta lə studentə a rispondere, riflettere e contribuire a futuri più equi, utilizzando pratiche collaborative di design. Con un approccio simile, la designer e curatrice brasiliana Nina Paim ha un’intensa pratica di insegnamento in vari paesi europei sugli approcci femministi alla storia del design, per fare spazio a nuovi modi di pensare e concepire tutta la disciplina, al passato, al presente e al futuro.
In un testo scritto insieme alla studiosa Claudia Mareis, la stessa Paim si chiede: “Come può il design contribuire a una società più giusta e a forme di vita più sostenibili senza compromettere le iniziative dal basso e marginalizzare le voci di coloro che sono colpitə in modo più diretto? Come possiamo ripensare il design come una pratica libera, queer e incompleta che si accosta al mondo dall’interno invece di reclamare una posizione più elevata? In che modo, una volta tanto, possiamo vedere il design come una pratica situata invece di trasformarlo nella strategia d’evasione e problem solving del Nord del mondo? Crediamo che il design non possa cambiare nulla finché non avrà cambiato sé stesso.”<sup>7.</sup> Claudia Mareis e Nina Paim, “Design Struggles: An Attempt to Imagine Design Otherwise”, in Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives, Valiz, 2021, p. 19.
La sfida principale è quindi quella di lavorare quotidianamente per cambiare il design dall’interno. Per questo è necessario cambiare nostro modo di lavorare, negli studi indipendenti e nelle grandi aziende; trasformare i programmi di insegnamento per il design e delle istituzioni educative; ridefinire l’idea stessa del museo del design e dei suoi obiettivi; e invitare sempre più voci a partecipare alla conversazione. Come scrive il leader indigeno e scrittore brasiliano Ailton Krenak, “non siamo affatto tuttə uguali, ed è fantastico che ognunə di noi sia diversə dall’altrə, come le costellazioni. Il fatto che possiamo condividere questo spazio, che stiamo facendo lo stesso viaggio, non significa che siamo uguali; significa esattamente che siamo capaci di attrarci a vicenda grazie alle nostre differenze, che dovrebbero guidare i nostri percorsi.” <sup>8.</sup> Ailton Krenak, citato in Claudia Mareis e Nina Paim, “Design Struggles: An Attempt to Imagine Design Otherwise”, in Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives, Valiz, 2021, p. 21. Non c’è altra via: il futuro – il futuro del design, ma anche il futuro di ciascunə di noi – è polifonico, diversificato e inclusivo. Ed è già qui, intorno a noi: dobbiamo solo aprire gli occhi.
Tunstall 2023
Elizabeth (Dori) Tunstall, Decolonizing Design: A Cultural Justice Guidebook,, MIT Press, 2023
Mareis, Paim 2021
Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives,,Valiz, 2021
Schalk, Kristiansson, Mazé 2017
Meike Schalk, Thérèse Kristiansson, Ramia Mazé (eds.), Feminist Futures of Spatial Practice: Materialisms, activisms, dialogues, pedagogies, projections., Art Architecture Design Research AADR . Spurbuchverlag, Baunach, 2017
Krenak 2020
Ailton Krenak,Ideas to Postpone the End of the World,, Anansi International, 2020