{"id":17695,"date":"2025-04-17T11:53:13","date_gmt":"2025-04-17T09:53:13","guid":{"rendered":"https:\/\/parco.gallery\/?p=17695"},"modified":"2025-04-17T11:53:15","modified_gmt":"2025-04-17T09:53:15","slug":"tardofuturismo-il-futuro-come-modo-del-presente-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/tardofuturismo-il-futuro-come-modo-del-presente-3\/","title":{"rendered":"Tardofuturismo \u2013 Il futuro come modo del presente"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>La classe professional-visionaria<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Per il tardofuturista il futuro non \u00e8 qualcosa che si costruisce, si attua o si previene, bens\u00ec qualcosa che si <em>immagina<\/em>. L\u2019immaginazione del tardofuturista, per\u00f2, non vuole essere quella dell\u2019economista che anticipa la crescita del PIL nel primo trimestre, bens\u00ec quella del ragazzino che vive l\u2019avventura della <em>Storia infinita<\/em>: la sua \u00e8 immaginazione <em>radicale. <\/em>Secondo una delle innumerevoli definizioni, si tratta del <a href=\"https:\/\/www.everydayactivismnetwork.org\/archive\/radical-imagination\">\u201ccoraggio di immaginare un futuro completamente diverso dal mondo attuale\u201d<\/a>. Sognare a occhi aperti s\u00ec, ma rinvigorendo la vista con l\u2019ambizione dell\u2019impegno sociale. Il tardofuturista parte infatti dal presupposto che l\u2019attivit\u00e0 immaginativa sia attualmente depotenziata e abbia bisogno di un <em>boost<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per inquadrare meglio questo concetto conviene risalire a un saggio di dieci anni fa, intitolato appunto <a href=\"https:\/\/fernwoodpublishing.ca\/book\/the-radical-imagination\"><em>The Radical Imagination<\/em><\/a><em>.<\/em> Anticipando l\u2019uso attuale del termine, gli autori Max Haiven e Alex Khasnabish sostengono che \u201c[l]\u2019immaginazione radicale \u00e8 un termine usato da molti ed esplorato da pochi\u201d poich\u00e9, come essi stessi ammettono, sfugge a qualsivoglia definizione. \u00c8 insomma un \u201ctermine aspirazionale, in gran parte privo di qualsiasi contenuto o significato concreto\u201d. Quindi, aggiungiamo noi, adatto ad accogliere le aspirazioni di chiunque, compresa una classe professional-visionaria. Se da un lato gli autori sembrano condividere la tesi per cui l\u2019immaginazione sia oggi indebolita, dall\u2019altro insistono che si tratta di un\u2019attivit\u00e0 strettamente se non necessariamente legata ai movimenti sociali, concludendo che \u201c[s]enza l&#8217;immaginazione radicale, ci\u00f2 che ci resta sono solo i sogni residuali dei potenti.\u201d Ma allora viene da chiedersi: cosa succede quando questi stessi sogni residuali si presentano come radicali?<\/p>\n\n\n\n<p>Il motivo per cui la parola \u2018immaginazione\u2019 ha trovato terreno fertile fra i tardofuturisti va ricercata, naturalmente, nel passato. Nel 2007 <a href=\"https:\/\/web.archive.org\/web\/20070322165349\/http:\/\/www.businessweek.com\/innovate\/NussbaumOnDesign\/archives\/2007\/03\/are_designers_t.html\">il giornalista Bruce Nussbaum scriveva<\/a>: &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Agli uomini e alle donne d\u2019affari non piace il termine \u201cdesign\u201d. Credo che gli faccia pensare ai drappeggi o agli indumenti. Anche gli amministratori delegati che sposano la causa del design non vogliono chiamarlo cos\u00ec. Vogliono chiamarlo \u201cinnovazione\u201d. \u00c8 un termine che ha un\u2019accezione virile. \u00c8 forte, tecnico. Questi individui sono perfettamente disposti a usare la parola \u201cvisione\u201d, qualunque cosa sia la \u201cvisione\u201d. A loro piace \u201cimmaginazione\u201d, qualunque cosa significhi. Ma non gli piace \u201cdesign\u201d. Valli a capire.<\/p>\n\n\n\n<p>Sufficientemente generica da intrigare tanto l\u2019<em>angel investor<\/em> a caccia di unicorni quanto il burocrate che elargisce fondi, abbastanza poetica da ammorbidire i cuori durante un discorso pubblico, chi potrebbe essere contro l\u2019immaginazione, specialmente <a href=\"https:\/\/radicalimagination.us\/\">se ammantata dell\u2019impegno politico di \u201cattivisti coraggiosi, artisti visionari e organizzatori agguerriti\u201d<\/a> (e poco importa che agguerriti, visionari e coraggiosi lo siano davvero)? Esiste quindi da un lato l\u2019immaginazione sempliciotta e conservatrice di Star Wars e dei suoi fan, e dall\u2019altro l\u2019immaginazione eroica e progressista di un gruppo di impavidi esperti che non riscuoterebbero lo stesso risultato chiamando il loro lavoro semplicemente design o magari facilitazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, quella che per Haiven e Khasnabish \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 di mediazione umile, complessa e faticosa, diventa per una design-star \u201cletteralmente, l\u2019immaginazione spinta al massimo\u201d. Nel frattempo, <a href=\"https:\/\/www.radicalfutures.studio\/blog\/why-we-need-radical-imagination\">qualcun\u2019altro sostiene che \u201canche quando non abbiamo tutte le risposte, crediamo fermamente che il futuro sia straordinario e continuiamo a manifestare questa visione irresistibile\u201d<\/a>. Parole, queste, che non stonerebbero in qualche reel sulla Legge dell\u2019attrazione: l\u2019immaginazione radicale si rivela cos\u00ec analoga all\u2019ottimismo da auto-aiuto, a quella che anche i meno scettici chiamano oggi \u201cpositivit\u00e0 tossica\u201d, la stessa positivit\u00e0 che obnubila la chiara percezione della fine del futuro. Detto altrimenti, se l\u2019enfasi sul potere di immaginare altro pu\u00f2 avere un senso in contesti di attivismo quotidiano, dove il peso della realt\u00e0 pu\u00f2 essere schiacciante, lo ha meno nel contesto del design, del management e del consulting dove bisognerebbe dare per scontato che l\u2019immaginazione pu\u00f2 produrre il cambiamento. Cos\u00ec, questa diventa un\u2019enorme pacca sulle spalle che il tardofuturista si d\u00e0 da s\u00e9, infondendo fiducia nei suoi sogni residuali professionalizzati. Dal canto suo, il designer, che dovrebbe lavorare di compromesso ai margini del reale, diventa improvvisamente coraggioso nel momento in cui li ignora, saltando nel sogno. Nel corso di un decennio, l\u2019immaginazione radicale \u00e8 passata dunque dall\u2019essere uno strumento a servizio dei movimenti per la giustizia sociale a una risorsa per la classe professional-visionaria di cui i tardofuturisti fanno parte. Dallo spazio autogestito alla <em>conference room<\/em>: una vera e propria \u2018cattura delle \u00e9lite\u2019, come si suol dire.<\/p>\n\n\n\n<p>Max Haiven, che non \u00e8 un designer bens\u00ec un politologo, mostra in un suo recente progetto (sviluppato assieme a Xenia Benivolski, Sarah Olutola e Graeme Webb) come l\u2019immaginazione radicale possa sfuggire alle soffici zampette dei tardofuturisti. <a href=\"https:\/\/afteramazon.world\/\"><em>The World after Amazon<\/em><\/a> \u00e8 una raccolta di storie speculative scritte da alcuni lavoratori del colosso americano del retail. In questo volume, i curatori non si sono posti come professionisti della visione (non a caso il workshop originale si intitolava \u201cWorker as Futurist\u201d), bens\u00ec come facilitatori al servizio dell\u2019immaginazione gi\u00e0 presente nel punto di vista dei lavoratori \u2013 seppur cadendo, talvolta, in qualche accademismo e romantizzazione. <em>The World after Amazon<\/em> \u00e8 dunque un\u2019opera organizzativa pi\u00f9 che autoriale, che ha coinvolto incontri, laboratori di scrittura e pi\u00f9 in generale una solidariet\u00e0 concreta.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>La fine del mondo<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>A proposito di immaginazione militante, il <em>refrain<\/em> di Jameson, popolarizzato successivamente da Mark Fisher, secondo cui \u201c\u00e8 pi\u00f9 facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo\u201d starebbe a significare che il capitalismo \u00e8 cos\u00ec ponderoso, ubiquo e asfittico da non lasciare alcuna via d\u2019uscita n\u00e9 pratica n\u00e9 poetica. <a href=\"https:\/\/www.neroeditions.com\/product\/mark-fisher-realismo-capitalista\/\">Ancora Fisher: \u201cIl capitalismo occupa ininterrottamente gli orizzonti dell&#8217;immaginabile.\u201d<\/a> Qui, per\u00f2, vorrei azzardare un\u2019interpretazione alternativa: la fine del mondo \u00e8 facile da immaginare poich\u00e9 si tratta del futuro come modo del presente, ovvero di ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 o meno linearmente estrapolabile dal presente non-straniato. La fine del capitalismo, difficile o forse impossibile da immaginare, \u00e8 invece il nuovo, l\u2019altro, ci\u00f2 che forse \u00e8 addirittura gi\u00e0 qui ma non \u00e8 ancora emerso come figura riconoscibile. E non \u00e8 detto che sia una bella figura: <a href=\"https:\/\/www.neroeditions.com\/product\/il-capitale-e-morto-il-peggio-deve-ancora-venire-preorder\/\">McKenzie Wark, ad esempio, si chiede se ad attenderci non sia qualcosa di peggio.<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>La \u201cfine del mondo\u201d \u00e8 un esercizio tutto sommato semplice poich\u00e9 non scardina il presente: \u00e8 riconducibile a tutte le utopie e distopie che abbiamo visto prima al cinema e poi su Netflix. Il futuro \u00e8 insomma inflazionato. La fabbrica del nuovo ci \u00e8 invece quasi del tutto sconosciuta. Ma se \u00e8 cos\u00ec, che ce ne facciamo dell\u2019immaginazione? <em>L\u2019immaginazione non ci serve tanto a intravedere il futuro, possibile o meno, quanto a straniare il presente<\/em>. Non dobbiamo immaginare, ma vedere oltre, <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Autostereogramma\">come in un\u2019autostereogramma<\/a> dove per inquadrare la sagoma dello squalo tocca storcere gli occhi. Pi\u00f9 che di immaginazione abbiamo quindi bisogno di <em>lungimiranza<\/em>: dobbiamo oltrepassare con lo sguardo il velo del presente <em>nel presente<\/em>. Per fare questo ci serve un luogo dove esercitare questa visione, il passato, che per\u00f2 dobbiamo strutturare affinch\u00e9 ci dia il giusto slancio nel nostro tempo: dobbiamo reinventarlo. In fondo \u00e8 questo che tenta di fare la fantascienza in ogni caso, anche quando parla del 4272 DC. Lo si nota bene in quelle storie che, pur coinvolgendo alieni e macchine volanti, ci paiono cos\u00ec smaccatamente anni \u201950. <a href=\"https:\/\/www.mimesisedizioni.it\/libro\/9788885889522?p=13\">Nelle parole di Ballard<\/a>:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La coscienza non \u00e8 altro che un passaggio tra un ordine morente, il passato, e un ordine imminente, il futuro, in un mondo in cui anche le persone che ci sono pi\u00f9 prossime ci sono estranee per molti aspetti \u2013 anche gli esseri che amiamo ci sono stranieri.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>L\u2019odio<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Un caso di estraneit\u00e0 al presente che mi sta molto a cuore \u00e8 quello di William Morris, tra i principali esponenti del movimento Arts and Crafts. Assieme al suo mentore John Ruskin e al gruppo dei Preraffaelliti, Morris ha gettato uno sguardo straniante sul suo tempo, osservando la Londra brutta, sporca e disumana di Dickens, suo contemporaneo, come se fosse un uomo catapultato, per chiss\u00e0 quale maledizione, dal Medioevo all\u2019Et\u00e0 vittoriana. <a href=\"https:\/\/archive.org\/details\/William_Morris_9781604868418\">\u201cOltre al desiderio di produrre cose belle, la passione dominante della mia vita \u00e8 stata ed \u00e8 ancora l\u2019odio per la civilt\u00e0 moderna\u201d, rifletteva Morris<\/a> nel 1894. Egli era insomma un romantico, infatti acquis\u00ec notoriet\u00e0 innanzitutto grazie a interminabili poemi epici che oggi in pochi ricordano; affermandosi soltanto dopo come l\u2019artigiano proto-designer che tutti conoscono.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fin qui si potrebbe pensare a una tipica storia di escapismo, di un nerd di fine ottocento che si rifugia in un mondo <em>fantasy<\/em> fatto di camagli e spadoni. E infatti, accorgendosi di ci\u00f2 egli stesso, ovvero dell\u2019impotenza melanconica della sua opera, Morris cade in depressione. A che serve tutta la cura contenuta in un mobile o in un tessuto, se la classe abbiente che se li pu\u00f2 permettere continua ad appestare il mondo con la sua ignoranza e ipocrisia, diffondendo ovunque, tranne che nei suoi ambienti \u2013 e a volte anche l\u00ec \u2013, squallore e brutalit\u00e0? Morris trova la risposta a questo dilemma nel Socialismo, una corrente politica all\u2019epoca minoritaria e marginale, che nel Regno Unito contava pochissimi adepti (il <em>Capitale<\/em> di Marx non era stato ancora tradotto in inglese). Il proto-designer britannico intravede nel Socialismo il nuovo, la figura altra. Ma \u00e8 proprio grazie al suo sguardo estraneo, profondamente ancorato in un Medioevo inventato, che Morris trova l\u2019appoggio per gettarsi verso l\u2019avvenire. La menzogna del passato gli consente di mettere a fuoco il nuovo che emerge.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Morire bene<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>\u201cHai un grande futuro alle spalle.\u201d Con questo strano ammonimento si apre <a href=\"https:\/\/shop.tlon.it\/prodotto\/cultura-profetica-messaggi-per-i-mondi-a-venire-federico-campagna\/\"><em>Cultura profetica<\/em><\/a>, saggio in cui Federico Campagna (che coglie in pieno il punto quando definisce la predizione \u201cuna sorta di <em>interior design <\/em>del futuro\u201d) trova nella menzogna mitica la via d\u2019uscita da una modernit\u00e0 idiota e ormai moribonda; una via d\u2019uscita \u2013 spiace dirlo \u2013 da noi stessi. Il passato siamo noi, e quindi non ci spetta il compito di immaginare il futuro, bens\u00ec quello di offrire l\u2019ultima testimonianza del nostro tempo, che per\u00f2 non deve essere necessariamente letterale o veritiera; non deve essere per forza la cronaca di un fallimento, bens\u00ec \u2013 se vuole sopravvivere \u2013 deve essere meravigliosa e sbalorditiva, come il Medioevo di William Morris. Scrive Campagna:<\/p>\n\n\n\n<p>Qualunque cosa sia riuscita a produrre e per quanto perfetta possa essere la sua eredit\u00e0 culturale, l\u2019unica possibilit\u00e0 che [una civilt\u00e0] ha di trasmettere la propria storia a un orecchio futuro \u00e8 di essere male interpretata, fraintesa, fatta a pezzi, saccheggiata e ricomposta. Pure cos\u00ec, qualcosa, comunque, rimane fedele alla voce originale del suo mondo e del suo tempo-segmento \u2013 un\u2019eco genetica che ancora risuona nei suoi lontani discendenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Non vi pu\u00f2 essere oggi un uso fertile dell\u2019immaginazione che non tenga conto della triste premessa che il futuro \u00e8 morto. Ci\u00f2 vuol dire che con esso sono morte le nostre speranze e quindi in un certo senso noi stessi; che il nuovo non ci apparterr\u00e0, che noi saremo alieni ad esso. Anzi, gi\u00e0 lo siamo, perch\u00e9 il nuovo gi\u00e0 ribolle sottoterra, e quando il magma ci sommerger\u00e0 sar\u00e0 troppo tardi. Dunque il massimo che possiamo chiedere \u00e8, come spiega Campagna, un\u2019altra occasione, sperando che qualcuno la colga, ma non attraverso la vuota promessa di un futuro migliore, bens\u00ec con \u201cl\u2019offerta concreta di un passato migliore.\u201d Solo chi sar\u00e0 l\u00ec a ricevere questa offerta sapr\u00e0 dire se siamo almeno riusciti a morire bene.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il futuro cementifica \/ La vita possibile \/ Qui la vista era incredibile \/ Da oggi \u00e8 probabile \/ Che ci\u00f2 che siamo stati non saremo pi\u00f9 \u2013 <\/em>Baustelle<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\">\u201cWhat Is Radical Imagination?\u201d <em>Everyday Activism Network<\/em>, https:\/\/www.everydayactivismnetwork.org\/archive\/radical-imagination.<\/p>\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Haiven and Khasnabish 2014 <br>Max Haiven and Alex Khasnabish, <em>The Radical Imagination<\/em>. Halifax: Fernwood.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Nussbaum 2007 <br>Bruce Nussbaum, \u201cAre Designers The Enemy Of Design?\u201d. <em>BusinessWeek Online<\/em>, https:\/\/web.archive.org\/web\/20070322165349\/http:\/\/www.businessweek.com\/innovate\/<br>NussbaumOnDesign\/archives\/2007\/03\/are_designers_t.html.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> T\u00e1\u00edw\u00f2 2022 <br>Ol\u00faf\u1eb9\u0301mi O. T\u00e1\u00edw\u00f2, <em>Elite<\/em> Capture. Chicago: Haymarket Books.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Benivolski, Haiven, Olutola, Webb 2024 <br>Xenia Benivolski, Max Haiven, Sarah Olutola, Graeme Webb (eds), <em>The World After Amazon: Speculative Stories from Amazon Workers<\/em>. Thunder Bay: RiVAL: The ReImagining Value Action Lab.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Fisher 2009 <br>Mark Fisher, <em>Capitalist Realism: Is There No Alternative?<\/em> London: Zero Books.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Wark 2021 <br>McKenzie Wark, <em>Capital Is Dead: Is This Something Worse?<\/em> London: Verso.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Ballard 1995 <br>J.G. Ballard, <em>Il futuro \u00e8 morto: Psicogeografia della modernit\u00e0<\/em>. Milano: Mimesis.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Thompson 1977 <br>E.P. Thompson, <em>William Morris: Romantic to Revolutionary<\/em>. New York: Pantheon Books.\n\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\"> Campagna 2021 <br>Federico Campagna, <em>Prophetic Culture<\/em>. London: Bloomsbury.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La classe professional-visionaria Per il tardofuturista il futuro non \u00e8 qualcosa che si costruisce, si attua o si previene, bens\u00ec qualcosa che si immagina. 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