{"id":15161,"date":"2024-06-07T16:56:29","date_gmt":"2024-06-07T14:56:29","guid":{"rendered":"https:\/\/parco.gallery\/?p=15161"},"modified":"2025-05-14T13:44:41","modified_gmt":"2025-05-14T11:44:41","slug":"women-in-design-past-present-and-future","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/women-in-design-past-present-and-future\/","title":{"rendered":"Women in design, past, present, and future"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Oltre gli stereotipi eurocentrici: espandere gli orizzonti e il canone<\/h2>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 stato l\u2019inizio, ma pu\u00f2 essere utile considerarlo un momento di svolta: all\u2019inizio del 21mo secolo non era pi\u00f9 possibile per il mondo del design ignorare le complessit\u00e0 che sono parte integrante della disciplina. Quando si tratta della questione delle donne nel design, la sfida iniziale potrebbe essere quella di creare strutture che permettano di dare loro visibilit\u00e0, senza ripetere gli stereotipi eurocentrici, e senza trascurare prospettive e geografie diverse. Questa questione ha avviato anche la riflessione finale che si \u00e8 svolta nell\u2019ambito del convegno <em>A Woman\u2019s Work<\/em>, organizzato nel 2019 da Foreign Legion. Nella discussione si \u00e8 parlato delle strategie necessarie per modificare e rendere visibili i nostri pregiudizi, e per cambiare le prospettive.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Una delle relatrici, la studiosa e docente Sarah Owens, ha evidenziato come \u201cl\u2019idea di rendere visibile l\u2019invisibilit\u00e0 \u2013 forse \u00e8 proprio questa la base di tutto. Permette veramente di avviare una conversazione \u2013 a qualunque scala.\u201d Ha continuato poi parlando dell\u2019importanza di creare spazi in cui questa discussione possa avere luogo. \u201cSe si crea uno spazio che viene percepito come sicuro\u201d, ha detto Owens, \u201csi pu\u00f2 parlare liberamente\u201d.<span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;1.&lt;\/sup&gt;<\/sup> Per pi\u00f9 informazioni vedi Krzykowski, Lucek, Sacchetti, <em>A Woman\u2019s Work Report,<\/em> 2019, https:\/\/www.foreign-legion.global\/uploads\/A-Womans-Work-Report-by-Foreign-Legion-EN.pdf&nbsp;<\/span><\/p>\n\n\n                <div id=\"\" class=\"image-column my-2.5 \">\n        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/4-SKD_awomanswork_MG_8214_davidpinzer_Klara-Nemckova-Matylda-Krzykowski-Vera-Sacchetti-Emma-Lucek-Libby-Sellers.jpg\" alt=\"A&#x20;Woman&#x27;s&#x20;Work&#x20;symposium&#x3A;&#x20;a&#x20;collective&#x20;i\" style=\"display:block;width:100%;max-width:100%;height:auto;visibility:visible;\">\n    <\/div>\n    \n\n\n<p>Secondo la studiosa e docente Danah Abdulla, anche lei intervenuta nella stessa sessione, l\u2019elemento del dubbio \u00e8 sempre presente nel lavoro delle donne. \u201cSe sei una donna, ti metti sempre in dubbio\u201d, ha sottolineato, \u201ce se sei una donna non bianca \u2013 non che io sia particolarmente rappresentativa del sud del mondo, essendo cresciuta in Canada \u2013 ti trovi a chiederti continuamente: sono abbastanza brava o solo qui per portare un po\u2019 di variet\u00e0 alla conferenza?\u201d. Sarah Owens ha aggiunto che \u201ca volte, se sono la quota \u2013 la quota donna o la quota donna Nera \u2013 lo accetto e mi dico, ok, almeno sono qui, posso parlare delle straordinarie donne&nbsp; Nere che conosco.\u201d<span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;2.&lt;\/sup&gt;<\/sup> <em>A Woman\u2019s Work Report<\/em>, 2019.<\/span>&nbsp;La sensazione di essere una minoranza non \u00e8 un\u2019illusione, ma una conseguenza concreta di ci\u00f2 che un\u2019altra studiosa, Elizabeth (Dori) Tunstall, descrive come l\u2019esclusione e l\u2019oppressione che il design causa nei confronti delle \u201cstesse persone le cui vite e i cui territori [il design] ha trasformato\u201d.<span class=\"nota\"><sup>3.<\/sup> Vedi Elizabeth (Dori) Tunstall, <em>Decolonizing Design: A Cultural Justice Guidebook<\/em>, MIT Press, 2023<\/span> Il suo recente libro <em>Decolonizing Design: A Cultural Justice Guidebook <\/em>offre un quadro di riferimento per una trasformazione istituzionale della teoria e della pratica del design proprio per risarcire le comunit\u00e0 che la disciplina ha escluso da sempre \u2013 quelle che negli Stati Uniti sono definite come BIPOC, Black, Indigenous and people of color (Nere, Indigene e di colore). Per Tunstall, il design modernista ha lavorato al servizio del progetto colonialista, e riportare al centro della disciplina le culture indigene del mondo offre una possibilit\u00e0 di trasformarla a vantaggio di tutti.<\/p>\n\n\n                <div id=\"\" class=\"image-column my-2.5 \">\n        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/1-swiss-design-network-sdn-symposia-beyondchange2018-14.jpg\" alt=\"Posters&#x20;at&#x20;the&#x20;Beyond&#x20;Change&#x20;Conference,&#x20;white&#x20;with&#x20;script-text&#x20;and&#x20;\" style=\"display:block;width:100%;max-width:100%;height:auto;visibility:visible;\">\n    <\/div>\n    \n\n\n<p>Per arrivare a questo obiettivo non basta una pratica individuale ma \u00e8 necessaria una trasformazione istituzionale su vasta scala. L\u2019appello per decolonizzare il design \u00e8 intersezionale, questioni di classe, genere e razza vi sono intrecciate e connesse intrinsecamente. Come ci ricorda la ricercatrice e designer Sasha Costanza-Chock, \u201cI principi e le pratiche universaliste del design, cos\u00ec come le valutazioni monodimensionali della correttezza del design, cancellano alcuni gruppi di persone: in particolare, quelle che sono svantaggiate in modo intersezionale (o gravate da molteplici pesi) dall\u2019eteropatriarcato suprematista bianco, dal capitalismo e dal colonialismo d\u2019insediamento. Se \u0259 designer prendono in considerazione le ineguaglianze presenti nel design (e la maggior parte de\u0259 designer professionist\u0259 non le considera affatto), utilizzano quasi sempre un quadro di riferimento monodimensionale. Perci\u00f2 molti dei processi progettuali di oggi sono strutturati in modo da rendere impossibile vedere, tenere in considerazione o provare a rimediare la distribuzione iniqua dei vantaggi e degli oneri che essi stessi riproducono\u201d. <span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;4.&lt;\/sup&gt;<\/sup> Sasha Costanza-Chock, \u201cDesign Justice: Towards an Intersectional Feminist Framework for Design Theory and Practice\u201d, in Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), <em>Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives,<\/em> Valiz, 2021, p. 337.<\/span><\/p>\n\n\n\n<p>Anche il Decolonising Design Group, di cui fanno parte l\u0259 studios\u0259 e accademic\u0259 Ahmed Ansari, Danah Abdulla, Ece Canli, Mahmoud Keshavarz, Matthew Kiem, Pedro Oliveira, Luiza Prado e Tristan Schultz, ha lanciato gi\u00e0 nel 2017 un appello per una nuova interpretazione del design. Nella loro dichiarazione originale, propongono di utilizzare una \u201clente pi\u00f9 nitida\u201d per mettere a fuoco \u201ci modi di pensare e di essere non occidentali, e il modo in cui le questioni di classe, genere, razza, ecc. vengono progettate oggi.\u201d Allo stesso tempo, chiedono una trasformazione istituzionale: \u201cSiamo consapevoli del fatto che mettere in evidenza queste questioni attraverso pratiche ed atti di design, e il (re)design delle istituzioni, delle pratiche e degli studi di design (tentativi che avvengono sempre nel contesto di interessi politici controversi) sia una sfida centrale nel processo di decolonizzazione.\u201d<span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;5.&lt;\/sup&gt;<\/sup> Decolonising Design Group, <em>Editorial Statement<\/em>, 15 Novembre 2017 https:\/\/www.decolonisingdesign.com\/editorial-statement\/&nbsp;<\/span><\/p>\n\n\n\n<p>Il punto cruciale di questo tipo di trasformazione ci riporta all\u2019inizio \u2013 agli spazi di apprendimento e istruzione. E se anche dei singoli corsi possono riuscire a far cambiare idea all\u0259 student\u0259 a proposito della diversit\u00e0 e portare a una comprensione dell\u2019intersezionalit\u00e0 e della decolonialit\u00e0, \u00e8 necessaria una trasformazione pi\u00f9 ampia e pi\u00f9 profonda perch\u00e9 il cambiamento diventi permanente e percepibile. Alcune iniziative contemporanee nascono da posizioni di attivismo ed auto-organizzazione, ed organizzano programmi paralleli e corsi di studio che non sono integrati in nessun programma ufficiale. \u00c8 il caso di <a href=\"https:\/\/www.office-hours.design\/about\"><em>Office Hours<\/em><\/a>, un progetto fondato a New York nel 2020 che facilita la condivisione di conoscenza tra artist\u0259, designer, narrator\u0259 e lavorator\u0259 culturali che si identificano come BIPOC. Dalla fondazione dell\u2019iniziativa, migliaia di persone da ogni parte del mondo hanno partecipato a pi\u00f9 di quaranta eventi che avevano l\u2019obiettivo di riconfigurare le pratiche culturali condivise e i metodi per la liberazione collettiva.<\/p>\n\n\n                <div id=\"\" class=\"image-column my-2.5 \">\n        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/wp-content\/uploads\/2024\/05\/3-swiss-design-network-sdn-symposia-beyondchange2018-5.jpg\" alt=\"women&#x20;in&#x20;design\" style=\"display:block;width:100%;max-width:100%;height:auto;visibility:visible;\">\n    <\/div>\n    \n\n\n<p>Analogamente, il programma indipendente di studio <a href=\"https:\/\/bipocdesignhistory.com\/\"><em>BIPOC Design History<\/em><\/a> \u00e8 una piattaforma formativa che offre lezioni di storia del design per ampliare il canone del design. Dalla sua fondazione nel 2021, il programma ha gi\u00e0 offerto diverse serie di lezioni: <em>Black Design in America: African Americans and the African Diaspora in Graphic Design 19th Century \u2013 21st Century; Incomplete Latinx Stories of Dise\u00f1o Gr\u00e1fico Borderlands\/ La Frontera*; <\/em>e <em>Design Histories in Southwest Asia &amp; North Africa: Voices from the SWANA Diaspora. <\/em>Le lezioni sono tenute da designer e storic\u0259 del design riconosciuti, e chiunque sia interessato a seguirle e a imparare pu\u00f2 abbonarsi. Inoltre, tutte le risorse citate durante le lezioni sono rese disponibili per la consultazione online. <span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;6.&lt;\/sup&gt;<\/sup> Vedi l\u2019archivio di \u201cCollective Knowledge\u201d a https:\/\/bipocdesignhistory.com\/resources\/<\/span>Il progetto nasce da un\u2019idea di Polymode Studio, uno studio di graphic design fondato da persone queer e appartenenti a minoranze che ha sede a New York e Los Angeles.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 interessante notare come in molti di questi tentativi di trasformare la formazione nel campo del design \u0259 graphic designer hanno un ruolo centrale. Un altro nome da aggiungere a quelli citati finora \u00e8 Ramon Tejada, un designer dominicano-americano e docente alla Rhode Island School of Design. Nella scuola, la sua pratica ibrida tra design e insegnamento porta l\u0259 student\u0259 a rispondere, riflettere e contribuire a futuri pi\u00f9 equi, utilizzando pratiche collaborative di design. Con un approccio simile, la designer e curatrice brasiliana Nina Paim ha un\u2019intensa pratica di insegnamento in vari paesi europei sugli approcci femministi alla storia del design, per fare spazio a nuovi modi di pensare e concepire tutta la disciplina, al passato, al presente e al futuro.<\/p>\n\n\n<p>In un testo scritto insieme alla studiosa Claudia Mareis, la stessa Paim si chiede: \u201cCome pu\u00f2 il design contribuire a una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta e a forme di vita pi\u00f9 sostenibili senza compromettere le iniziative dal basso e marginalizzare le voci di coloro che sono colpit\u0259 in modo pi\u00f9 diretto? Come possiamo ripensare il design come una pratica libera, queer e incompleta che si accosta al mondo dall\u2019interno invece di reclamare una posizione pi\u00f9 elevata? In che modo, una volta tanto, possiamo vedere il design come una pratica situata invece di trasformarlo nella strategia d\u2019evasione e problem solving del Nord del mondo? Crediamo che il design non possa cambiare nulla finch\u00e9 non avr\u00e0 cambiato s\u00e9 stesso.<strong>\u201d<\/strong><span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;7.&lt;\/sup&gt;<\/sup> Claudia Mareis e\u00a0 Nina Paim, \u201cDesign Struggles: An Attempt to Imagine Design Otherwise\u201d, in Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), <em>Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives,<\/em> Valiz, 2021, p. 19.<\/span><br \/>La sfida principale \u00e8 quindi quella di lavorare quotidianamente per cambiare il design dall\u2019interno. Per questo \u00e8 necessario cambiare nostro modo di lavorare, negli studi indipendenti e nelle grandi aziende; trasformare i programmi di insegnamento per il design e delle istituzioni educative; ridefinire l\u2019idea stessa del museo del design e dei suoi obiettivi; e invitare sempre pi\u00f9 voci a partecipare alla conversazione. Come scrive il leader indigeno e scrittore brasiliano Ailton Krenak, \u201cnon siamo affatto tutt\u0259 uguali, ed \u00e8 fantastico che ognun\u0259 di noi sia divers\u0259 dall\u2019altr\u0259, come le costellazioni. Il fatto che possiamo condividere questo spazio, che stiamo facendo lo stesso viaggio, non significa che siamo uguali; significa esattamente che siamo capaci di attrarci a vicenda grazie alle nostre differenze, che dovrebbero guidare i nostri percorsi.\u201d <span class=\"nota\"><sup>&lt;sup&gt;8.&lt;\/sup&gt;<\/sup> Ailton Krenak, citato in Claudia Mareis e Nina Paim, \u201cDesign Struggles: An Attempt to Imagine Design Otherwise\u201d, in Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives, Valiz, 2021, p. 21. <\/span>Non c\u2019\u00e8 altra via: il futuro \u2013 il futuro del design, ma anche il futuro di ciascun\u0259 di noi \u2013 \u00e8 polifonico, diversificato e inclusivo. Ed \u00e8 gi\u00e0 qui, intorno a noi: dobbiamo solo aprire gli occhi.<\/p>\n\n\n<p><p style=\"font-size: 14px; line-height: 17px\">Tunstall 2023 <br>Elizabeth (Dori) Tunstall, <em>Decolonizing Design: A Cultural Justice Guidebook,<\/em>, MIT Press, 2023\n<br><br> Mareis, Paim 2021 <br>Claudia Mareis, Nina Paim (eds.), <em>Design Struggles: Intersecting Histories, Pedagogies, and Perspectives,<\/em>,Valiz, 2021\n<br><br>Schalk, Kristiansson, Maz\u00e9 2017 <br>Meike Schalk, Th\u00e9r\u00e8se Kristiansson, Ramia Maz\u00e9 (eds.), <em>Feminist Futures of Spatial Practice: Materialisms, activisms, dialogues, pedagogies, projections.<\/em>, Art Architecture Design Research AADR . Spurbuchverlag, Baunach, 2017<br><br>Krenak 2020 <br>Ailton Krenak,<em>Ideas to Postpone the End of the World,<\/em>, Anansi International, 2020<br><br><\/p><\/p>\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oltre gli stereotipi eurocentrici: espandere gli orizzonti e il canone Non \u00e8 stato l\u2019inizio, ma pu\u00f2 essere utile considerarlo un momento di svolta: all\u2019inizio del 21mo secolo non era pi\u00f9 possibile per il mondo del design ignorare le complessit\u00e0 che sono parte integrante della disciplina. 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