{"id":14676,"date":"2024-03-05T10:46:01","date_gmt":"2024-03-05T09:46:01","guid":{"rendered":"https:\/\/parco.gallery\/?p=14676"},"modified":"2024-04-08T11:07:27","modified_gmt":"2024-04-08T11:07:27","slug":"making-visible-2-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/making-visible-2-2\/","title":{"rendered":"Donne nel design, passato, presente e futuro"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Uno sguardo al presente: smantellare e sviluppare sistemi di (in)visibilit\u00e0<\/h2>\n\n\n\n<p>Nella pratica contemporanea del design diverse designer, molte delle quali hanno un proprio studio e lavorano esclusivamente con il proprio nome, si sono fatte notare per il loro lavoro. <br>A partire dagli anni Ottanta e Novanta, product e graphic designer come Hella Jongerius, Ilse Crawford di Studio Ilse, Rianne Makkink di Studio Makkink &amp; Bey, April Greiman, Paula Scher di Pentagram, e Sheila Levrant de Bretteville, tra le altre, hanno lasciato un segno e sono riuscite ad emergere come anticipatrici e modelli di riferimento per le giovani designer di ogni parte. Ma mentre alcune di queste designer sono dichiaratamente femministe, altre non lo sono affatto, e si sono semplicemente adattate alla natura patriarcale, competitiva e sfruttatrice del design conforme al canone modernista, adeguando anche i propri modi di lavorare. Questo atteggiamento \u00e8 problematico, perch\u00e9 non difende n\u00e9 incoraggia l\u2019inclusione delle donne nella pratica del design e nella sua storia, e in realt\u00e0 continua a diffondere i meccanismi di invisibilit\u00e0 di cui si \u00e8 parlato nella prima parte di questo saggio.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Questa ambiguit\u00e0 \u00e8 tuttora presente \u2013 mentre alcune designer lavorano in modo dichiaratamente inclusivo, orizzontale e femminista, altre non fanno altro che replicare i modi di lavorare che hanno caratterizzato il passato. Che si tratti del mito del creatore solitario sostenuto da un anonimo gruppo di collaboratori, della mancata volont\u00e0 di mettere fine alle pratiche di sfruttamento, o della convinzione neoliberista che non ci sia spazio al vertice, questi modi di lavorare sono dannosi sia per le designer che per il design stesso. Per creare e sostenere dei sistemi che potranno rendere visibili le donne designer e mantenerle in posizioni di visibilit\u00e0, \u00e8 importante comprendere che chi si trova al vertice ha una doppia responsabilit\u00e0: non solo di lasciare traccia di s\u00e9 nella storia, ma anche di mettere in risalto le proprie pari e aprire porte per quelle che verranno dopo di loro. Come possiamo smantellare schemi vecchi e radicati per sviluppare sistemi di visibilit\u00e0, e assicurarci che le storie delle donne designer di oggi siano trasmesse alle generazioni future? <em>\u00a0<\/em><br>Tutte noi condividiamo anche la responsabilit\u00e0 di dare una lettura complessa al tema delle \u201cdonne nel design\u201d, evitando che diventi semplicemente un\u2019espressione di tendenza. Una semplice occhiata ai modi in cui le donne sono rappresentate attualmente nei media che si occupano di design \u00e8 utile per mettere in luce degli stereotipi. Alcuni degli articoli presentati al convegno del 2019 <em>A Woman\u2019s Work<\/em>, organizzato da Foreign Legion, hanno dato vita a una conversazione su temi come l\u2019uso del linguaggio, la collaborazione, la rappresentazione, la possibilit\u00e0 di plasmare il proprio percorso e la responsabilit\u00e0. Al convegno, l\u2019autrice Alice Rawsthorn ha evidenziato come l\u2019uso di etichette come \u201cdonna\/femmina\/femminile\u201d pu\u00f2 creare una marginalizzazione, ma \u201cdato che veniamo da una storia cos\u00ec cupa di invisibilit\u00e0 femminile, queste tattiche non sono particolarmente inutili.\u201d\u00a0 Ha fatto notare inoltre quanto siano diffuse le rappresentazioni stereotipate e riduttive delle donne designer, e come sia dunque necessario prestare attenzione alle immagini che vengono usate. Mantenere un controllo sulle immagini che accompagnano gli articoli pu\u00f2 avere una notevole influenza sulla memoria delle persone.\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p><strong><br><\/strong>Quando \u00e8 stata l&#8217;ultima volta che avete visto un ritratto di una donna designer? Come era ritratta, e cosa evocava l&#8217;immagine? \u201cNei media mainstream, negli ultimi anni, si \u00e8 assistito a un significativo aumento di visibilit\u00e0 delle donne nel campo del design\u201d, come ha fatto notare Rawsthorn durante <em>A Woman\u2019s Work<\/em>, sottolineando come il prossimo passo di questo lavoro sia ancora da fare. \u201cDobbiamo partire da qui per avviare un discorso dinamico e critico,\u201d ha detto. \u201cSebbene molte schermaglie siano state vinte, altre ancora ci attendono.\u201d Il lavoro di Rawsthorn, che lotta contro le semplificazioni e gli stereotipi, prende le mosse da una vita di femminismo, e negli ultimi anni l\u2019autrice ha presentato e contestualizzato in modo approfondito e articolato il lavoro di molte designer, da Jane Addams a Otti Berger, in particolare con le serie che pubblica settimanalmente su Instagram.<\/p>\n\n\n\n<p>I media e le pubblicazioni che si occupano di design hanno un potere straordinario nel plasmare il discorso intorno alla disciplina. \u00c8 quindi essenziale che si continui a sostenere tutte quelle iniziative che da un lato continuano a far luce su aspetti poco studiati della storia del design, e dall\u2019altro documentano in modo esaustivo il momento attuale. Un buon esempio della prima categoria \u00e8 il progetto <a href=\"https:\/\/www.errata.design\/en\/\"><em>Errata<\/em><\/a>, una ricerca di dottorato realizzata da Isabel Duarte che, grazie a esiti diversificati che spaziano dalla ricerca, alle pubblicazioni, agli episodi di podcast, a un sito e a una mostra, si concentra sulla storia della grafica portoghese per far luce sui sistemi universali che \u201csvalutano, omettono e ignorano il lavoro delle donne\u201d. Nel manifesto che ha scritto per <em>Errata<\/em>, Duarte cita la studiosa del design Ece Canl\u0131, affermando la necessit\u00e0 di \u201c\u2018interrompere la storia\u2019, per poter cominciare il processo di disimpararla, ricostruirla e impararla nuovamente.\u201d <span class=\"nota\"><sup>1.<\/sup> Ece Canl\u0131, \u201cDesign History Interrupted: A Queer Feminist Perspective\u201d, in\u00a0<em>Polysemia<\/em>\u00a0#1, quoted in Isabel Duarte, \u201cManifesto\u201d,\u00a0<em>Errata<\/em>, 2021.<a href=\"https:\/\/www.errata.design\/en\/#manifesto-text\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">https:\/\/www.errata.design\/en\/#manifesto-text<\/a><\/span> Duarte cita anche la teorica e docente femminista bell hooks, facendo notare come \u201ci tentativi di migliorare la rappresentazione delle donne non possono limitarsi ad aggiungere le donne alle storie esistenti: questi metodi usati per la storia devono essere essi stessi trasformati.\u201d\u00a0<span class=\"nota\"><sup>2.<\/sup>  Cf. bell hooks,\u00a0<em>Feminist Theory: from margin to center<\/em>, South End Press, 1984.\u00a0<\/span><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-white-color has-text-color has-link-color wp-elements-dd9a03b78348d81e8c26d23dea245a38\"><a href=\"http:\/\/baixaicrack.com\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">baixaicrack.com<\/a><\/p>\n\n\n                <div id=\"\" class=\"image-column my-2.5 \">\n        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/AD_2021_ADC3120-2.jpg\" alt=\"\" style=\"display:block;width:100%;max-width:100%;height:auto;visibility:visible;\">\n    <\/div>\n    \n\n                <div id=\"\" class=\"image-column my-2.5 \">\n        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/AD_2021_ADC3102.jpg\" alt=\"\" style=\"display:block;width:100%;max-width:100%;height:auto;visibility:visible;\">\n    <\/div>\n    \n\n\n<p>Un esempio di questo tipo di iniziativa si pu\u00f2 trovare nella pubblicazione <em>notamuse \u2013 A New Perspective on Women Graphic Designers in Europe<\/em>. Scritto dalle designer tedesche Claudia Scheer, Lea Sievertsen e Silva Baum, il libro cerca di contrastare il discorso dominato dagli uomini che prevale nel settore. Una selezione diversificata di lavori di grafiche contemporanee presenta lavori su commissione, progetti indipendenti e ricerche, ed \u00e8 affiancata da interviste con le designer su temi che vanno dalla filosofia del design e i suoi ideali alle situazioni e alle esperienze quotidiane di lavoro. Ne risulta una visione ampia del graphic design contemporaneo, e una rappresentazione composita ed efficace di un presente polifonico. \u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>In modo analogo, la piattaforma editoriale <a href=\"https:\/\/futuress.org\/\"><em>Futuress<\/em><\/a> lavora per trasformare concretamente il modo in cui il design contemporaneo viene mediato, dando al contempo spazio a un\u2019ampia rete di voci che altrimenti non avrebbero trovato ascolto nel discorso sul design. Fondata nel 2020, la Futuress si descrive come una &#8220;piattaforma femminista queer intersezionale&#8221; che cerca di diventare \u201cuna casa per le persone, le storie e le prospettive che sono state \u2013 e spesso rimangono ancora \u2013 sottorappresentate, oppresse e ignorate\u201d. In questo caso, per restare fedele alle complessit\u00e0 che ne definiscono il campo, il design non pu\u00f2 essere separato da politica, razza, classe n\u00e9 dalle questioni socioeconomiche. Con il loro lavoro e i loro approcci, tutti questi esempi \u2013 dalle serie su Instagram di Alice Rawsthorn\u2019s all\u2019espansione delle voci e dei temi portata avanti da <em>Futuress<\/em> \u2013 stanno trasformando i metodi per fare la storia e per fare spazio alle storie delle donne nel campo del design, e allo stesso tempo fanno pressione perch\u00e9 nasca una comprensione pi\u00f9 ampia di questa stessa disciplina<strong>.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 possibile osservare iniziative analoghe in altri ambiti. Anche i tradizionali custodi della conoscenza, dalle istituzioni culturali a quelle educative, si confrontano con queste idee e aprono uno spazio per le persone che sono state trascurate. Nel 2019, insieme a Matylda Krzykowski nell\u2019ambito di Foreign Legion, abbiamo curato <em>Add to the Cake: Transforming the roles of female practitioners<\/em>, una mostra al Kunstgewerbemuseum di Dresda. Come manifesto in quell\u2019occasione dichiarammo: \u201cPossiamo \u2014 e dobbiamo \u2014 \u2018aggiungere strati alla torta\u2019: ci sono livelli infiniti per l\u2019espansione del canone. Si possono fare aggiunte alle collezioni museali e ai resoconti storici, la memoria collettiva e i futuri possibili. Ma soprattutto, dobbiamo renderci conto che \u2018aggiungere strati\u2019 non significa \u2018togliere\u2019, ma arricchire il contesto esistente con voci e prospettive molteplici e diversificate. Una torta con pi\u00f9 strati sar\u00e0, nel suo insieme, una torta diversa.\u201d <span class=\"nota\"><sup>4.<\/sup>  \u201cAdd to the Cake\u201d, Kunstgewerbemuseum Dresden, 2019. https:\/\/kunstgewerbemuseum.skd.museum\/ausstellungen\/add-to-the-cake-dem-kuchen-hinzufuegen\/ <\/span> La mostra voleva mettere in atto lo stesso tipo di trasformazione che il design sta vivendo, e il museo ha accolto la nostra esplorazione della pratica femminile, passata, presente e futura. Proponendo performance, commissionando nuovi progetti e narrative visive, abbiamo cercato di rappresentare e immaginare un futuro che sta gi\u00e0 prendendo forma ora.<\/p>\n\n\n                <div id=\"\" class=\"image-column my-2.5 \">\n        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Against-Invisibility-Hellerau-Designer-Why-were-women-written-out-if-this-historical-context-.jpg\" alt=\"\" style=\"display:block;width:100%;max-width:100%;height:auto;visibility:visible;\">\n    <\/div>\n    \n\n\n<p>Altri musei si sono dedicati a questo tema. Nel 2021, il Vitra Design Museum ha inaugurato un\u2019ampia esposizione sulle donne nel design, dal titolo <em>Here We Are! Women in Design 1900-Today<\/em>. Curata da Susana Graner, Viviane Stappmanns e Nina Steinm\u00fcller, la mostra proponeva un approccio critico alla storia del design, mettendo allo stesso tempo al centro le professioniste di oggi e i nuovi approcci collaborativi al lavoro. \u201cOggi quasi la met\u00e0 degli studenti di design sono donne e le donne sono protagoniste in molti settori pionieristici del design\u201d, sottolineava la mostra, proponendo una riflessione su \u201ccosa dovrebbe essere il design nel ventunesimo secolo, chi lo definisce e a chi \u00e8 destinato\u201d. <span class=\"nota\"><sup>5.<\/sup>  \u201cHere We Are! Women in Design\u201d, Vitra Design Museum, 2021. https:\/\/www.design-museum.de\/en\/exhibitions\/detailpages\/here-we-are-women-in-design-1900-today.html <\/span> <br>La mostra, pur non essendo accompagnata da un catalogo, ha comunque intrapreso un percorso itinerante di cinque anni e, dopo essere stata esposta a Weil am Rhein nel 2021, \u00e8 gi\u00e0 stata presentata a Rotterdam e a Barcellona. L\u2019impatto di mostre come queste, soprattutto su studentesse e giovani designer, non dovrebbe essere sottovalutato. Vedersi rappresentate \u2013 come donne designer \u2013 in un museo o in uno spazio espositivo pu\u00f2 rappresentare un riconoscimento da tempo meritato per alcune, ma anche un\u2019ispirazione per molte altre.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Analogamente, i progetti di ricerca nelle universit\u00e0 e nei politecnici stanno mettendo al centro il lavoro delle donne e dedicando il tempo di studenti e insegnanti a questi temi. Guardando al di l\u00e0 dell&#8217;inserimento delle donne nei programmi di studio e nei libri di testo, alcuni gruppi stanno costringendo le istituzioni a guardare in faccia se stesse e le proprie disuguaglianze strutturali. \u00c8 il caso del Parity Group del Dipartimento di Architettura dell&#8217;ETH di Zurigo, un movimento dal basso fondato nel 2014 da studentesse e studenti di architettura e membri del personale per promuovere le questioni legate alla parit\u00e0 all\u2019interno della scuola. Con il loro manifesto di partenza <em>9 Points for Parity<\/em>, una lista che indicava misure strategiche pensate per migliorare l\u2019equilibrio di genere, hanno ottenuto la creazione di una commissione ufficiale su Parit\u00e0 e Pluralit\u00e0, oltre a fare pressione per la parit\u00e0 nella selezione dei membri delle giurie, dei critici invitati e delle nuove assunzioni nel dipartimento. Inoltre, il gruppo organizza ogni anno un simposio intitolato \u201cParity Talks\u201d, che continua a portare ogni anno ospiti internazionali ed esterni per discutere di parit\u00e0 e pluralit\u00e0. Un tale lavoro di attivismo \u00e8 notevole, anche perch\u00e9 ha garantito continuit\u00e0 e persistenza nella discussione e nell&#8217;attuazione della parit\u00e0 e della pluralit\u00e0, con un innegabile impatto sulla scuola e su tutti coloro che fanno parte della sua comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Dalle scuole ai musei, dalle pubblicazioni alle ricerche di dottorato: il lavoro per smantellare i sistemi di invisibilit\u00e0 non ha fine e deve essere portato avanti sistematicamente, ogni giorno. Eppure, mentre si continua a lavorare, \u00e8 importante riconoscere che non si tratta solo di donne, e soprattutto non di donne dell&#8217;Europa occidentale e del Nord America (Western European and North American, WENA). Nel momento in cui il design si sforza di diventare pi\u00f9 inclusivo e diversificato, \u00e8 importante andare oltre la visione binaria di genere e accogliere prospettive da tutti i lati dello spettro di genere. Analogamente, \u00e8 fondamentale mettere al centro il lavoro svolto da designer non bianchi, in parti del mondo che non rientrano nelle regioni WENA. \u00c8 attraverso questo sforzo che il design pu\u00f2 finalmente diventare una disciplina per il XXI secolo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno sguardo al presente: smantellare e sviluppare sistemi di (in)visibilit\u00e0 Nella pratica contemporanea del design diverse designer, molte delle quali hanno un proprio studio e lavorano esclusivamente con il proprio nome, si sono fatte notare per il loro lavoro. A partire dagli anni Ottanta e Novanta, product e graphic designer come Hella Jongerius, Ilse Crawford [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":14675,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[],"tags":[1816,1730,1817],"class_list":["post-14676","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","tag-decolonizzazione","tag-feminism-4","tag-storia-del-design","blog-theme-making-visible-it"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14676","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14676"}],"version-history":[{"count":11,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14676\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":15103,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14676\/revisions\/15103"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/14675"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14676"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14676"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/frakas.import.quivi.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14676"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}